PREVENDITE PRESSO APT FIUMICELLO di Maratea e TUA ASSICURAZIONE Via Alessandro Mandarini Maratea Centro Strorico
Diario di Bordo (a cura di Livio Morena)
Giuseppe Patroni Griffi. Artista e intellettuale completo, impetuoso, geniale e sovversivo.
Scrittore, regista e autore teatrale capace di far coesistere sperimentazione, eleganza, audacia, provocazione e tradizione con un’armonia difficilmente, o forse mai, raggiunta in seguito.
Figura fondamentale e pietra miliare della cultura italiana dal secondo dopoguerra fino alla morte, avvenuta nel 2005.
Di lui ci parla, a Maratea “dialogos”, Rocco Talucci, giovane regista lucano autore di un documentario unico.
Per la scelta del soggetto. Per la cura della ricerca. Per la scelta narrativa.
Patroni Griffi, nonostante la sua straordinaria e variegata produzione, è un intellettuale troppo presto messo da parte, dimenticato da certa parte della cultura italiana.
Merito di Talucci è riportare a galla la sua vita e la sua poetica, attraverso il racconto informale e sincero dei suoi compagni di viaggio e degli amici fraterni di vita, avventure, scontri e scelte coraggiose.
Il regista ha 30 anni, la mia età. All’ epoca della produzione d’ oro di “Peppino” (come lo chiamano affettuosamente gli amici) non è ancora nato.
Eppure riesce a cogliere senza facili luoghi comuni e senza retorica l’ essenza umana dell’ artista.
Lo fa perché il suo è uno sguardo discreto, quasi imbarazzato e timido. Le inquadrature essenziali catturano solo i volti e le parole delle persone straordinarie che raccontano momenti di vita, aneddoti paradigmatici di un altro tempo. Di un altro tipo di persone.
E per me è un viaggio affascinante e commovente in un passato che mi appartiene solo come retaggio culturale.
Non ho vissuto le notti della Dolcevita romana a via Veneto.
Non sono stato testimone del periodo di grande fervore e sperimentazione culturale di quegli anni.
La voglia di comunicare, di cercare nuove vie espressive per un sentire che cambiava, si evolveva, toglieva gli ormeggi da porti sicuri e ormai obsoleti.
Non si trattava solo di incoscienza giovanile.
C’era dell’altro.
Un fuoco sacro che bruciava esistenze e sensibilità senza consumarle.
C’era l’ entusiasmo.
La parte più bella del documentario (nel complesso splendido) è quella finale dedicata all’ eredità lasciata da “Peppino”.
Non senti parlare di poetica, di scelte intellettuali, di tecniche e teorie teatrali.
Qualcuno ci racconta del cane di Patroni Griffi, qualcun altro della sua grande ospitalità nella villa di Hammamet. Altri del suo temperamento tempestoso e dolce.
Tutti ci raccontano della sua grande voglia di vivere.
Del suo amore sfrenato nei confronti della vita.
Del suo riuscire, da buon napoletano, a rendere anche i momenti più semplici le cartine di tornasole della bellezza e della profondità dell’ esistenza.
Come fosse uno spettro cromatico con il colore e la sfumatura adatta ad ogni momento, ogni istante, ogni respiro.
Tutti ci dicono, con un velo di lacrime, quanto fosse difficile stargli lontano anche solo per pochi mesi.
Quanto sia insopportabile, ora, sapere di non poter avere più accanto o intorno quella splendida tavolozza di colori, quell’ adorabile testardo, quella fonte inesauribile e generosa di entusiasmo, idee e voglia di vivere.
E ti accorgi che, anche se non sai quasi niente di lui, “Peppino” manca anche a te.
Grazie a Giuseppe Patroni Griffi.
Grazie ai suoi splendidi compagni di viaggio.
Grazie a Rocco Talucci per la sua preziosa, delicata e commovente opera.
In serata il Festival “Incontro fra le arti” propone la notte dedicata ai cortometraggi.
Una ricca e variegata carrellata di opere di giovani e meno giovani cineasti italiani.
In un clima che costituisce un antipasto della scorpacciata di glamour che ci aspetta nel week end, scorrono sullo schermo una decina di corti di grande interesse.
Per la varietà dei generi.
Per la ricerca testuale e narrativa.
Per lo studio che, soprattutto in alcuni, si concentra sull’immagine e sul suono.
Aspetto non consueto nella produzione nostrana.
Il corto deve essere soprattutto questo.
Un laboratorio non troppo costoso per sperimentare nuove idee e linguaggi.
Per raccontare storie proprie anche di una piccola tradizione, ma per questo universali.
Per questo ancora più preziose e rare.
Per questo da ricordare e preservare dalla dimenticanza, dal velo di polvere portato dal generalismo, dall’ uniformità, dall’ appiattimento culturale e delle idee.
Livio Morena
