Diario di Bordo (a cura di Livio Morena)

Informalità. È questa la prima parola che viene in mente arrivando a Parco tarantini nel tardo pomeriggio. Tra giochi di luce ed ombra, operai ancora al lavoro per gli ultimi ritocchi, i ragazzi dell’ associazione le Tre Torri indaffarati a sistemare i più piccoli dettagli, si respira una calma ed un’ armonia sorprendenti. Ti aspetteresti ansia, frenesia, magari qualche screzio. Nulla di tutto ciò. Solo ragazzi al lavoro. Coordinati alla perfezione. Coscienti del percorso fatto e vogliosi di presentarlo nella veste migliore. Questa veste, però, non è fatta di mondanità, lustrini, paillettes. Non è di seta, no. E non è azzimata. È di lino. È leggera, fresca, anche spiegazzata.

Tutto è molto rilassato. Bella sensazione, visto che siamo all’ inaugurazione ufficiale del Festival “Incontro tra le arti”. Si taglia il nastro rosso e tutto ha inizio in un’ atmosfera umana, terrena.

Non a caso si passa attraverso le opere di Paola Zito. Come nelle sue tele si umanizza il Mito, così qui si desacralizza la falsa ufficialità che di solito questi eventi portano con sé. Le opere della Zito partono dalla vista, la visione, la percezione ottica. Ecco, quello che i nostri occhi vedono è un’ amalgama perfetta di colori e calori, un’ umanità ritratta nel suo porsi domande. Nel suo interrogarsi senza mai però trascurare la propria essenza terrena. La propria medietà tra nuvole e polvere.

È la notte dell’ arte. L’ arte si fonda sullo sguardo, sul visus. E la lectio magistralis che Vittorio Di Giacomo tiene all’ interno del centro culturale è una splendida ed edotta descrizione di due sguardi reciproci. Quello del cinema verso l’ arte. Quello dell’ arte verso il cinema. Due prospettive, due profondità, due linguaggi non necessariamente in contrasto tra loro. Tutt’ altro. Come due retine che trasmettono al cervello una doppia immagine da mettere a fuoco. Quello di Di Giacomo è un percorso splendido, da togliere il fiato, sulle possibilità che l’ arte ha di rappresentare l’ umana condizione, anche rispetto al divino, e sulla necessità che il cinema ha di dare i mezzi interpretativi allo spettatore nel momento in cui filma l’ arte. Libera è l’ interpretazione. Rigorosa deve essere la sinusoide dei tempi e delle inquadrature. E del testo.

Il documentario di Vittorio di Giacomo sull’ arte tarantina è un equilibrio perfetto di immagini, musica, e soprattutto testo. Una sorta di grande opera lirica in cui c’ è ballo, musica e libretto. Assolutamente perfetto. Ogni frase si sposa con l’ inquadratura che accompagna. Si ci salda come fosse la cosa più naturale del mondo. Ogni parola, ogni verbo, ogni aggettivo. Tutto descrive l’ opera d’ arte come  fosse fatta della stessa materia, quasi avesse le stesse venature, amputazioni, colori. Un capolavoro del cinema al servizio dei capolavori della Magna Graecia.

È la notte dell’ arte. Ma siamo al festival “Incontro tra le arti”. Non stupisce, quindi, che il maestro Di Giacomo porti una chicca per gli spettatori. Un mediometraggio di Mario Martone sul periodo napoletano del Caravaggio. È un’ opera dura. Oscura. Cupa e terrena. Come l’ artista Caravaggio. Come la città Napoli in alcuni suoi aspetti. Il cinema diventa, in questo caso, il mezzo per stabilire parallelismi tra l’ arte e la vita reale, anche quando è scomoda. L’ occhio del regista diventa l’ interprete dell’ occhio dell’ artista, una lente focale sulla realtà di allora e su quella odierna. Sovrapposizione di visioni che si “dissolvono” l’ una nell’ altra. Confronto tra animi, sdegno, compassione e condanna. Martone non vuole essere consolatorio, così come non lo era Caravaggio. Entrambi sono spettatori e interpreti del loro tempo. E i volti ripresi dall’ uno si sovrappongono perfettamente a quelli ritratti dall’ altro. Loro è il mezzo. Nostra, come sempre dovrebbe essere, l’ interpretazione. Nostri sono gli occhi per vedere.

Livio Morena